Il mio Ultra Trail del Monte Bianco 2019

Per affrontare con successo un ultra trail sono necessarie tre cose: resistenza, resilienza, motivazione interiore. Il corpo deve essere resistente ed allenato per gestire uno sforzo prolungato in condizioni ambientali variabili e difficili. La resilienza, ossia la capacità di far fronte positivamente a situazioni avverse, sorregge la mente verso l’obiettivo.La motivazione è il collante che tiene insieme resistenza e resilienza, è la spinta che ci fa mettere in gioco, ci fa crescere sfidando i nostri limiti.

La Gara

Sono le 1230 quando arrivo a Chamonix. Dalla stazione degli autobus mi dirigo verso il centro. Devo organizzare il pranzo (mi ero scordato dal pasta party), posare la sacca per la base vita di Courmayeur, recuperare una borsa da lasciare all’arrivo (con il cambio ed il necessario per la doccia), passare allo stand Crosscall, andare a salutare gli amici di Celano, ed infine cercare di riposare un po’ prima della partenza.
Riuscirò a fare tutto, in tempo per arrivare alle 1730 in piazza Triangle de l’Amitié dove si sono già radunate oltre 2000 persone.
Nel pomeriggio incontro Marco sul prato dietro alla palestra della consegna pettorali. L’avevo riconosciuto dall’ecotrail di Firenze. Allora non ci eravamo parlati, ma se parti da solo per andare a fare l’UTMB l’istinto di sopravvivenza ti porta inevitabilmente a fare amicizia.

Nella piazza, in prossimità della partenza, la tensione si percepisce, calda e densa. Si tocca, si annusa, e volendo ci si può anche appoggiare. Il meteo è un po’ incerto ed è un continuo mettere-levare il guscio antipioggia.
Sono le 1745, manca pochissimo alla partenza. Gli speaker intrattengono gli ormai 2500 atleti (e qualche altro migliaio di persone tra accompagnatori, tifosi, turisti, curiosi).

Quindici minuti volano e senza rendermi bene conto della situazione mi trovo proiettato in gara, dove migliaia di atleti spingono come una valanga l’UTMB sulle strette strade di Chamonix!

I primi 20 km fino a St. Gervais passano velocemente, tra centinaia di atleti freschi che fanno girare velocemente le gambe in salita come in discesa.
L’arrivo in città è trionfale! Migliaia di persone a fare il tifo e tantissimi bambini a cercare il “5”, una emozione incredibile!

Meglio fare il pieno di cibo ed emozioni qui, perché i prossimi 25km saranno di salita continua, in mezzo alla natura selvaggia dell’Alta Savoia, verso la Croix dì Bonhomme.

Dopo Les Contamines e La Balme ci ritroviamo nel buio assoluto. Davanti e dietro di me una fila infinita di torce frontali a mostrare il percorso da scalare e quello ormai già superato. Il cielo è un tappeto brillante di stelle, mai visto una meraviglia così.

La prima salita impegnativa passa senza problemi, mi ritrovo velocemente in valle a Les Champieux pronto alla prossima salita che mi porterà a valicare il confine tra Francia ed Italia al Col de la Seigne.
Qui, di notte a 2500m s.l.m, tira vento e fa freddo. Tanto che non mi sento più le dita e devo fermarmi per indossare giacca e guanti.

La notte ed i primi 3mila metri di dislivello hanno messo ko già diversi atleti, che trovo sdraiati ai lati del tracciato a cercare di recuperare un po’ di forze e minuti di sonno.

Dall’alto di Col des Pyramides Calcayres si inizia a scorgere l’aurora ed il panorama, dove la debole luce lascia intravedere le alte montagne del massiccio del Monte Bianco, i ghiacciai, la dura roccia ed il mare di nebbia che aspetta più in basso nella valle di Lac Combal.
Tra pochi chilometri arriverò a Courmayeur e già mi pregusto la pasta della base vita, il bibitone proteico, la tavoletta di cioccolato e le barrette al cocco!

Attorno al 76esimo km si transita per il rifugio Maison Vieille (checkpoint Checrouit 76,86km). Questo è stato senza dubbio il più bello, il più festoso, il più emozionante di tutti!

Sul sentiero trovo musicisti che suonano strumenti di ogni genere: chitarre, percussioni, fiati e pure un’arpa a rendere ancora più magica l’atmosfera. Sul piazzale del rifugio veniamo accolti da un super concerto con un mix percussioni africane e strumenti classici da far venire voglia di mollare lo zaino e sdraiarsi per terra a gustarsi lo spettacolo. Per non parlare del ristoro, l’unico veramente ben fatto di tutto l’UTMB, l’unico dove ho potuto mangiare un ottimo piatto di pasta per recuperare le energie.
Ma la festa dura poco perché devo rimettermi in marcia. La pasta restituisce velocemente la sua energia e mi proietto a capofitto nella discesa che mi porterà a Courmayeur (km 78).

Alla base vita recupero la sacca e mi metto comodo. Tolgo scarpe e calze, prendo i miei mix di sali minerali, vitamine, antiossidanti, proteine, amminoacidi, altro piattone di pasta ed approfitto del tempo per ricaricare telefono e GPS per riposarmi un po’.
Osservo i tantissimi atleti arrivati al grande palazzo dello sport: chi mangia, chi dorme, chi si mette cerotti di ogni forma e colore, chi si cambia, chi fa esercizi con il rullo. Ognuno con il proprio rito per prepararsi al meglio ad affrontare la seconda parte di gara.
Resterò alla base vita di Courmayeur per un’oretta.
Riparto, sapendo che mi aspetta una bella salita tipo “rampa di lancio” per arrivare al Rifugio Bertone a 2000m s.l.m. Poco prima della salita rincontro Marco e, in silenzio, iniziamo a salire.

La giornata è molto calda e il sole è implacabile. Una volta arrivati in cima non ci sono più alberi a mitigare l’irraggiamento solare e nel giro di poco tempo inizio a perdere colpi. Sento troppo, TROPPO caldo. La scelta della “divisa” nera si rivelerà inadatta perché la sento bruciare sulla pelle. Cerco compulsivamente acqua fresca da versarmi addosso e ombra. Non riesco più a ragionare bene e vado in crisi: non riesco più a correre nemmeno in discesa, mi sento bruciare ed alterno brividi a vampate di calore. Ho bisogno di fermarmi e resettare il corpo. Mi fermo un attimo al Rifugio Bonatti ma non riesco a rilassarmi: all’ombra inizio a tremare ed al sole mi sento bruciare. Devo scendere al Arnouvaz, mangiare qualcosa e riposarmi. Così arrivo al ristoro giù in val Ferret, prendo un po’ di the con i biscotti e mi sdraio sul prato a riposare. Dormirò profondamente per 20 minuti.
Al risveglio sono una persona nuova! Corpo e mente sono di nuovo allineati, mangio ancora qualcosa e riparto verso Gran Col Ferret, il valico tra Italia e Svizzera.

La salita scorre velocemente sotto i piedi, mentre in discesa volo verso il checkpoint svizzero di La Peule, dove si sfogherà una tempesta di grandine e fulmini come non mi era mai capitato di vedere.
Le temperature scendono di 20 gradi in qualche decina di minuti ed i sentieri diventano ruscelli di fango.
La ripida discesa a La Fouly diventa impegnativa, si fatica a stare in piedi per il fango.

Tra nubifragio e cadute mi ritrovo bagnato nonostante l’antipioggia…
Al Km 109 arrivo al checkpoint di La Fouly bagnato ed infreddolito. La struttura allestita per la gara sembra un ospedale da campo, con centinaia di persone dall’espressione stravolta in poche decine di metri quadrati. C’è chi prova a scaldarsi, chi mangia qualcosa, chi si spoglia completamente per asciugarsi e mettersi abiti puliti, chi si è portato tutta la famiglia occupando tavoli e panche a chi vorrebbe appoggiarsi un minuto per togliere almeno le scarpe piene di acqua e fango.

La situazione non è per niente semplice.
A venirmi in soccorso è l’iniziativa di CROSSCALL “all supporters” che consiste nella proiezione su videowall di in una breve clip caricata nei giorni precedenti dai propri supporters non appena si attraversa il varco di controllo. Le parole degli amici in momenti di difficoltà possono fare la differenza.
Breve telefonata per “l’aiuto da casa” e sono carico di nuova energia positiva.
Mangio un po’ di biscotti, un po’ di minestra, cambio pantaloni, mi sistemo per bene e riparto verso Champex – Lac.

Sono in piedi dalle 9 di venerdì ed alla mezzanotte di sabato inizio ad avere un po’ di sonno. Mi si chiudono gli occhi mentre cammino, e le tante persone che vedo sdraiate lungo i sentieri mi fanno pensare di non essere l’unico ad avere un po’ di sonno arretrato.

Poco prima di Plan de L’Au incrocio una specie di rifugio con una bella sedia in veranda. Imposto un timer da 14 minuti e mi metto a dormire. Apro gli occhi che mancano 30 secondi alla sveglia. Secondi che mi serviranno a riprendere conoscenza.
Mi metto in piedi e inizio la prima delle ultime tre salite. “Ormai è fatta!” penso.

Effettivamente il più è fatto. Quest’ultimo tratto è duro ma lo conosco bene e so cosa mi aspetta.
Arrivo a Trient, mangio il solito the con i biscotti e dormo 10 minuti. La prossima salita sarà parecchio ripida, ma sul sentiero saremo in tanti e tra una chiacchiera e l’altra anche questa rampa passerà senza colpo ferire.

E’ l’alba e sono finalmente in Francia, direzione Vallorcine!,

Piedi e gambe sono un po’ a pezzi, non riesco a correre in discesa e questo mi innervosisce parecchio. In questi 170km ho mangiato poco e male e la mancanza di energia si fa sentire.
L’arrivo a Vallorcine (150km) è come sempre festoso e trionfale. Al punto ristoro prendo un bel piattone di riso ed alla seconda cucchiaiata devo quasi farmi la manovra di Heimlich per non soffocare. Non riesco a mandare giù nulla… ho l’esofago così irritato dalle porcherie ingurgitate da non riuscire a deglutire quella roba che sembrava riso. “Mancano solo 20km” penso, e riparto mettendo due fette di pane in tasca.

La salita verso la Tete aux Vents è uno dei passaggi più belli di tutto il percorso, dove finalmente si inizia a vedere la maestosità del Monte Bianco. Ma subentra un altro problema: le piante di piedi non reggono più gli impatti con le pietre. Non riesco quasi più a camminare sul fondo sassoso e dissestato degli ultimi 8 chilometri. Così il tratto che da La Flégère porta a Chamonix si trasforma in una agonia.

Vengo sorpassato da un mare di persone, tutti a correre quella bella discesa che porta a valle mentre per me è una imprecazione ad ogni passo.
Finalmente inizio a sentire i suoni dell’arrivo, la musica, lo speaker, e le persone ad accogliermi sul percorso sono sempre di più.

Arrivo al “famoso” ponte che attraversa Route des Praz e qui mi commuovo che non riesco quasi a ricambiare i saluti, è fatta per davvero!

All’improvviso scompare la fatica, scompare la fame, scompare il male ai piedi, inizio a correre in direzione del traguardo attraversando Chamonix tra due ali di folla che mi saluta, mi chiama per nome, mi da il cinque, mi dice “bravo!”.
Percorro la Promenade du Fori, svolto a destra sull’Avenue du Mont-Blanc, entro nella centralissima Rue Joseph Vallont, non capisco più niente, ma all’improvviso di fronte a me il traguardo! Trattengo le lacrime a fatica, sono emozionatissimo, alzo le braccia al cielo e chiudo il mio grande sogno, l’Ultra Trail del Monte Bianco!!!
Mi volto e trovo mia mamma che mi corre incontro ancora più emozionata di me, mio papà dietro le transenne che riprende tutto con il telefonino, io che non capisco più niente e vorrei rifare l’arrivo altre 100 volte per rivivere l’emozione del traguardo!

WOW!!!

Concludere una gara come questa è una emozione unica, un sogno che si realizza. Non è andata esattamente come speravo perché i vari problemi di alimentazione ai ristori non mi hanno permesso di avere l’energia di cui avrei avuto bisogno. Circa 13mila kcal non sono facili da integrare con solo the, biscotti, qualche barretta energetica ed alcune fette di pane. Devo rassegnarmi al fatto che queste gare sono discriminatorie verso chi ha bandito a 360° la violenza sugli animali; dovrò studiare e mettere in atto strategie alimentari sostenibili per una completa autosufficienza.

Durante e nei primi giorni dopo la gara le emozioni hanno continuato a rimbalzare come impazzite in un frullato di gioia, tristezza, euforia, stanchezza, entusiasmo, delusione. Tutto insieme! Nei momenti più duri sono state le parole degli amici, familiari, allievi, community, a spazzare via “i mostri” che più volte hanno cercato di fermarmi.
UTMB non è solo una prestazione muscolare, ma anche uno sforzo mentale esagerato, tanto che appena si è abbassata la tensione (finalmente a casa) sono scoppiato a piangere.
Pensavo che muscoli ed articolazioni fossero l’anello debole nel sistema “umano” ma questo UTMB mi ha insegnato che la parte del corpo su cui bisogna lavorare in modo certosino è il cervello, che ha fatto di tutto per adempiere alla sua funzione primaria di “salvaguardia“ del sistema, ed ha reso molto difficile mantenere la lucidità di perseguire l’obiettivo.

Ringrazio di cuore chi mi ha sopportato in questi mesi di continui sbalzi di umore (maledetto cortisolo!!)
Ringrazio i miei atleti che in queste ultime settimane hanno tollerato la mia presenza discontinua e mi hanno sostenuto con forza!
Un caro ringraziamento a Crosscall, TIM, Montura Store Roma per avermi dato fiducia e supportato tecnicamente.

Ringrazio tutti i colleghi per il sostegno e per il tifo!
Grazie a tutti voi che mi leggete tutti i giorni, che avete seguito la mia avventura in diretta giorno e notte!

GRAZIE GRAZIE GRAZIE!

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