Report Cammino Naturale dei Parchi: Accumoli – L’Aquila

In preparazione alla Settimana Naturale dei Parchi in programma per il 21 aprile 2018 ho deciso di fare alcune tappe di ricognizione per farmi un’idea del percorso e delle sue caratteristiche.

Dopo aver provato il tragitto Roma – Livata ho programmato il test per il tratto che va da Accumoli a L’Aquila, il capolinea del Cammino Naturale dei Parchi.

Ho scelto di fare questa tratta perché volevo provare il percorso che attraversa il cratere del terremoto che il 2016 ha sconvolto il Centro Italia, percorrendo le città  simbolo segnate dai terribili sismi.

Partenza dalla Stazione Tiburtina venerdì 15 alle ore 17 con l’autobus con arrivo previsto ad Accumoli verso le 19:30. Dormirò presso l’Agricampeggio “Alta Montagna Bio” in una casetta senza riscaldamento, per assaporare lo spirito “into the wild” del mio viaggio.

Il meteo del venerdì notte prevedeva pioggia e nevicate con temperature piuttosto basse. Il Garmin accanto al letto segnò una media di 4°C, ma fortunatamente le previsioni per il sabato continuavano ad essere favorevoli con sole e un po’ di copertura verso sera.

Sveglia alle 4:15, il tempo di fare colazione, sistemare lo zaino e via a lasciare le mie impronte sulla neve fresca.

Accumoli

Le prime case che incontro scendendo da Madonna delle Coste sono i prefabbricati costruiti post terremoto. Devo dire che nonostante la provvisorietà si tratta di abitazioni ben fatte, urbanisticamente ben distribuite. Certamente non utilizzabili come situazione definitiva ma decisamente superiori rispetto ai container che si usavano un tempo.

Seguo la traccia sul GPS per agganciarmi al CNP che si trova in corrispondenza del Sentiero Europeo E1.

Il percorso attraversa la zona rossa del centro abitato e mi sale un senso di sconforto indescrivibile. Passare di notte tra le case squarciate, intravedendo all’interno tavoli ancora sistemati con tovaglie e stoviglie ti toglie il respiro. Macerie e devastazione ovunque. Le tante immagini viste in televisione non rendono l’angoscia nel vedere di persona gli effetti del terremoto.

Proseguo cauto finché il mio percorso non inizia a coincidere con la traccia pre registrata.

Inizia il Cammino

Scendo da Accumoli e poco più a valle arrivo a Fonte del Campo. Anche qui macerie, case squarciate e camionette dell’Esercito. Un bel Pastore Abruzzese mi corre incontro abbaiando come un matto per “darmi il benvenuto”, ma sono troppo preso a seguire il percorso e dopo qualche altra abbaiata se ne va un po’ sconsolato.

Attraverso il Tronto, fotografo l’indicazione del “Sentiero Italia” e mi perdo. Capita. A me capita spesso… Dopo un’ora a girovagare a vuoto, decido di tornare sulla Salaria ed andare diretto verso Amatrice per una strada bianca che costeggia la SS4.

Amatrice

Con un bel po’ di ritardo sulla tabella di marcia e diversi chilometri in più sono finalmente ad Amatrice!

È senza dubbio la città simbolo del terremoto lo sottolineano con decisione i tanti camion, auto e pattuglie dei Carabinieri che incontro sulla strada verso centro del paese. Anche il Check Point dell’Esercito all’entrata del paese me lo sottolinea con risolutezza: “Senza permesso non si può passare”. Spiegare ai militari che sto percorrendo il Cammino Naturale dei Parchi, il progetto di cammino che va da Roma a L’Aquila, che sto facendo un giro di ricognizione con il supporto dei Parchi, eccetera, eccetera, eccetera. non sortisce alcun risultato. Senza permesso non si passa e non ci sono altre vie di accesso per continuare il percorso da traccia.

Trovare soluzioni a problemi complessi fa parte del mio lavoro, quindi alla seconda auto che mi passa davanti mi infilo nell’abitacolo chiedendo un passaggio. E così risolvo la questione “permesso”.

Passo per il corso principale, a fianco del tristemente famoso orologio fermo alle 3:36, ed un brivido mi percorre la schiena. Il centro storico è completamente raso al suolo, è restata in piedi solamente la torre civica a sottolineare la tenacia di questo paese che non vuole arrendersi.

Appena dopo il corso saluto la gentile automobilista ed entro nel Bar Rinascimento per un ottimo cappuccio ed uno snack al cioccolato. Scambio due chiacchiere con la barista appassionata di escursioni in montagna e le racconto del Cammino Naturale dei Parchi. Resterei volentieri al caldo a chiaccherare ma il ritardo sulla tabella di marcia è ormai irrecuperabile e mi devo sbrigare. Direzione Campotosto!

Amatrice – Campotosto

Il tratto di percorso che da Amatrice porta a Campotosto è molto suggestivo. Con i Monti Sibillini a fare da sfondo, mi immergo nelle brughiere al confine tra Lazio ed Abruzzo. Un ambiente naturale sconfinato solcato da infiniti ruscelli tra innumerevoli colline.

Arrivo sulla sommità di Monte Cardito, all’orizzonte si vede chiaramente il Lago di Campotosto, sotto di me la Valle del Bove e sullo sfondo i Monti della Laga.

La neve qui imbianca un po’ il paesaggio e sulla sterrata che porta al paese scorgo grosse impronte di canide, che dalle dimensioni potrebbero sembrare quelle di un lupo… chissà.

Campotosto

Il paese di Campotosto mi accoglie con una bella fontana. Per fortuna perché dovevo riempire una delle borracce rimaste a secco. Ne approfitto per magiare un paio di panini e bere.

L’atmosfera è surreale. Il borgo è ben tenuto ma sembra come cristallizzato e dopo pochi metri scopro il perché. Anche qui case crollate, macerie e transenne. Le belle facciate delle case mostrano evidenti crepe svelando la cruda realtà: un’altro paese gravemente ferito dal terremoto. Ma a differenza di Accumoli ed Amatrice sembra che sia stato ignorato da media ed istituzioni.

Il Municipio squarciato con evidenti fenditure ma senza transenne, edifici commerciali dove le vetrate blindate sembrano fare da vetrina all’implosione della struttura; scritte con la vernice spray a sottolineare la condizione di “cratere dimenticato”.

Nel centro del paese la ricostruzione è tradotta con 4 container ad ospitare la farmacia, il market e servizi di pubblica utilità.

Campotosto mi ha colpito profondamente. Invito tutte le persone che leggeranno questo report ad organizzare un gita o documentarsi su questo piccolo centro Abruzzese perché non resti ignorato.

Verso le Montagne

Inizia il viaggio verso le Montagne vere. Costeggiando il Lago di Campotosto mi si parano all’orizzonte le alte vette innevate del Gran Sasso.

All’altezza della località Case Isaia vedo arrivare verso di me una grande nuvola nevosa. Mi fermo all’altezza dell’Osteria del Pescatore e mi preparo per la neve indossando ghette, pantaloni impermeabili e passamontagna.

Nel giro di poco tempo raggiungo Ortolano, sempre scortato dalla neve, fino ad arrivare al Lago di Provvidenza. Attraverso la diga e mi infilo nel bosco in direzione del Rifugio Domenico Fioretti.

Rifugio Domenico Fioretti

Il Rifugio Fioretti si trova a circa 1500m e si raggiunge facilmente. La neve inizia a fioccare con decisione e ne approfitto per fermarmi qualche minuto a mangiare al coperto. Controllo le batterie dei GPS, del telefono, e riprendo il percorso.

Fatico un po’ a ritrovare il sentiero a causa della neve, ma le tracce sul Garmin e sul Suunto mi vengono in aiuto. Entro nuovamente nel bosco.

Verso il Rifugio Antonella Panepucci-Alessandri

Il mio cammino continua con determinazione affacciandomi piano piano nella notte. Nel trail running è normale correre al buio in montagna in completa solitudine, ma con la neve è tutta un’altra cosa. Proseguo deciso e concentrato sulla traccia GPS in “navigazione strumentale”.

E’ incredibile notare come la neve evidenzi la presenza dei tanti animali normalmente invisibili. Tracce fresche di volpi, ungulati, conigli selvatici mi accompagnano lungo la strada. In alcuni tratti anche tracce più grandi e profonde, meno recenti, che non sono riuscito ad identificare, forse di altri esseri umani o altri grossi mammiferi.

Proseguo cercando di rimanere nel bosco per non sprofondare troppo nella neve fresca, nelle parti esposte del sentiero era facile immergersi fino alle ginocchia.

Nonostante le difficoltà avanzo tranquillo sul tracciato GPS, che da piano mi indica ancora poche centinaia di metri al valico e quindi alla discesa verso S. Pietro della Jenca.

Finalmente raggiungo il Rifugio Antonella Panepucci-Alessandri. Una bella costruzione in lamiera che, viste le condizioni meteo di tormenta di neve, mi ispira parecchio ad andare a fargli visita. Ci penso su 3, 4 volte, ma sento che fisicamente sto bene, sono lucido e concentrato sulla navigazione, e da lì a poco avrei iniziato la discesa ed abbandonato la situazione meteo in quel momento abbastanza ostile.

Quindi proseguo. Facendo, col senno di poi, la scelta peggiore.

Ultimo valico

Proseguo il cammino, determinato a scendere a valle. Attraverso una zona molto esposta al vento ed alla bufera, che mi ghiaccia letteralmente le estremità dei guanti ed il cappuccio della giacca. La visibilità è di pochi metri a causa della forte nevicata ed i passi a volte sprofondano nella neve fresca e volte si piantano sul ghiaccio.

Raggiungo un grande fontanile e qui mi sale lo sconforto: c’è così tanta neve che i pali della segnaletica verticale spuntano appena. Rimango spiazzato da come la Montagna sia cambiata con la forte nevicata e con questa situazione la traccia GPS diventa pressoché inutile. Provo a fare ancora qualche metro nella speranza di ritrovare il sentiero e di rientrare nel bosco ma davanti a me trovo solo un pendio molto ripido con ghiaccio e brutte rocce a guardarmi minacciose dal basso. La visibilità limitata mi impone lo stop. Punto un bel masso e faccio il punto della situazione.

Emergenza

Si, emergenza è la parola adatta. Tira vento, nevica forte, il fondo ghiacciato e ripido mi fa scivolare diverse volte nonostante i ramponi. Devo mettermi in sicurezza e  decidere se chiamare i soccorsi o provare a tornare al rifugio Panepucci. Scelgo la prima ipotesi: chiamo i soccorsi.

Usando i bastoni, sacchi a pelo e telo termico, creo un piccolo rifugio di emergenza che mi terrà al caldo in attesa del recupero. Chiamo il 112, spiego la situazione e fornisco le coordinate (da due gps). Per 4 ore continuerò a fornire a Carabinieri e Vigili del Fuoco le coordinate GPS, ma questi continuavano a chiedermi di inviare la posizione tramite WhatsApp (ma che non potevo fornire perché privo di connessione dati). Mi viene chiesto di uscire dal riparo per cercare di individuare i lampeggianti dell’auto dei Carabinieri, lo farò un paio di volte, con esito negativo, congelandomi per bene. Mi viene chiesto di uscire altre volte dal riparo per individuare la fotoelettrica, ma evidentemente la prima volta questa non era accesa perché davanti a me si presentava il buio totale. Successivamente evitai altri inviti ad espormi al freddo.

Alle 23 inizio ad essere stanco. Era dalle 2030 che fornivo le mie coordinate a Carabinieri e Vigili del Fuoco, che ancora mi ripetevano che se ero partito da Accumoli non potevo trovarmi dove dicevo. Cerco in tutti i modi di rimanere lucido e calmo ma visto che dopo 4 ore non avevano ancora capito dove mi trovavo iniziavo a prendere in considerazione la possibilità di provare a salvarmi da solo.

Alle 2330 vengo contattato dal Soccorso Alpino che mi chiede di descrivere il percorso fatto fino al punto di arresto. E FINALMENTE trovo un interlocutore che capisce di cosa sto parlando. Ripercorriamo insieme il passaggio davanti al Rifugio Panicucci, il valico, il fontanile ed arriviamo alla mia posizione. Sembra che la mia posizione sia finalmente chiara.

Ho bisogno di far ripartire il “bruciatore interno”:  mangio un paio di panini, un gel, gli ultimi fichi secchi e nel giro di pochi minuti riprendo lucidità.

Passa un’altra mezz’ora dall’ultima comunicazione e chiamo i Vigili del Fuoco per avere aggiornamenti e questi mi rispondono che finché non dico loro dove mi trovo non sanno come individuare la mia posizione perché la zona è troppo ampia. Qui perdo un po’ la pazienza ed arriva il primo cedimento. Inizio ad essere veramente preoccupato ed inizio a richiamare ripetutamente 112 e 115 per chiedere che fine abbia fatto la persona del Soccorso Alpino con cui avevo parlato un’ora prima, “stanno arrivando” mi dicono, ma a questo punto penso che stiano usando frasi di circostanza per tranquillizzarmi. Mangio altri 2 gel. Riprendo un po’ di calore, esco dal mio bozzolo di emergenza e FINALMENTE vedo la fotoelettrica! Inizio a fare segnali con la lampada e vengo individuato con precisione.

Verso le 2 vengo raggiunto dal Soccorso Alpino che mi porta giù in sicurezza e mi spiegano che PER IL SOCCORSO IN MONTAGNA SI DEVE CHIAMARE IL 118!!!

Alle 3 e 30 circa si conclude l’avventura.

Passo la notte al Pronto Soccorso a L’Aquila ed il giorno dopo riparto per Roma con l’Autobus, con i piedi abbastanza doloranti a causa del freddo patito la notte prima. Resterò con i piedi belli gonfi per un paio di giorni.

Un ringraziamento particolare va al SOCCORSO ALPINO. Volontari (leggasi “non pagati per”) competenti e preparatissimi, che svolgono le pericolose attività di soccorso per passione, senso di altruismo, amore per la montagna, e che di sola passione e (non sempre) ringraziamenti vengono ripagati.

Si ringrazia RR-Trek Rifugio Roma per l’ottimo materiale tecnico fornito

Qui, la traccia Strava

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